Ana Sayfaya dön              LA ZINGARA (1822)
 

Melodramma (semiserio) in due atti
di
Andrea Leone Tottola


ARGILLA, mezzosoprano
INES, soprano
FERNANDO, tenore
DON RANUCCIO ZAPPADOR, basso
DON SEBASTIANO ALVAREZ, basso
DUCA D'ALZIRAS, tenore
PAPACCIONE, buffo
AMELIA, soprano
GHITA, soprano
MANUELITTA, soprano
ANTONIO ALVAREZ, tenore
SGUGLIO, tenore
Coro di domestici di Zappador, di zingari


Atto I
Atto II





ATTO PRIMO

Interno di antico castello. La sua gran porta è in
mezzo. Da un lato magnifica scala, che conduce ad
appartamenti superiori, e dall'altro avanzi di gotica
architettura, nella base della quale è una bassa
porta di ferro, che dà ingresso ad un sotterraneo.

Scena prima
I domestici di Ranuccio si affrettano ad ornare le
mura del castello di fiori e di altri oggetti da festa;
indi Ranuccio ed Ines, infine Amelia, ed Antonio.

CORO
Dell'ospite illustre
l'arrivo si onori.
Più in là quei festoni...
(dirigendo il lavoro, e sollecitando
gli altri domestici alla esecuzione)
Più in ordin quei fiori...
Trionfi fastosa
nel centro la rosa;
le cifre a due lati...
Che flemma! Oh, scempiati!
Ben presto il lavoro
si dé terminar.
E in giorno si lieto
ogni alma giuliva
far deve gli evviva
all'Etra echeggiar!

RANUCCIO
(ad Ines)
Al piacer, che spira intorno,
deh, risponda il tuo contento:
ah! per te più bel momento
forse appresta il nume Amor.

INES
Sarò lieta, se ti piace,
ma di amor non favellarmi:
io serbar vo' quella pace,
che gustai tranquilla ognor.

RANUCCIO
Paga appien ti bramo, o figlia.

INES
(Ma non già col mio tesoro!)

RANUCCIO
Il tuo ben se ti consiglia,
non opporti al genitor.

INES
Ad amar chi mi consiglia
guerra intima a questo cor.

RANUCCIO
Ad ubbidirmi
la figlia apprenda;
a miei voleri
pronta si arrenda,
o attenda il fulmine
del mio furor.

INES
Come all'istante
ti sei cangiato!
Deh, calma l'ira
o padre amato,
Ines non merita
tanto rigor.

ANTONIO
(dalla porta di prospetto con Amelia)
Il duca di Alziras
spedito ha un espresso.

AMELIA
E come ha promesso,
il nostro castello
quest'oggi egli stesso
con nobil corteggio
verrà ad onorar.

RANUCCIO
Che venga, l'attendo
con sommo piacere.
(Mie furie! v'intendo,
nel sen voi fremete?
Si, paghe sarete,
quell'empio cadrà.)

INES
(Quest'alma dolente,
confusa, smarrita,
più gioia non sente,
più pace non ha.)

AMELIA, ANTONIO e CORO
che feste! che spasso!
Che bell'allegria!
Fra i brindisi, e 'l chiasso
brillar si dovrà.

RANUCCIO
Oh, qual giorno felice è a noi serbato o miei
cari! Mi è dato alfine di riabbracciare un
rispettabile amico, che, suo malgrado, hanno
da me per qualche anno allontanato le gravi
cure della carica, che lo chiama continuamente
alla corte.

ANTONIO
Il duca di Alziras profitta della breve assenza del
suo sovrano, per dimostrarti, ch'egli tornando fra
le tue braccia, non ha dimenticati giammai i soavi
lacci di amistà, che a te lo strinsero un tempo.

RANUCCIO
Sia dunque accolto con ogni pompa, e quale
a tanto uomo è dovuta.

ANTONIO
Tutto risponderà alle tue giuste premure.

RANUCCIO
Non posso dubitarne, se tu ne assumesti l'impegno,
mio caro e leale Antonio. Oh, quanto anelo i
momenti per darti prova fino a qual segno
ti ama Ranuccio! Vieni, mi fa d'uopo parlarti.

ANTONIO
Pendo da' cenni tuoi.

RANUCCIO
(Ines rientra in te stessa, e se ti cale l'amor del
padre, disponiti a rispettarne i voleri.)
(esce con Antonio)

INES
E si può comandar sugli affetti? Può darsi legge
ad amore?

AMELIA
Ines? Che avete? Siete questa mattina accigliata
oltre il solito?

INES
E come no, se il padre vuol rendermi infelice...

AMELIA
Proponendovi forse la mano di Antonio?

INES
Ma che ne sai tu di ciò?

AMELIA
Mi ha egli premurato a disporvi a vantaggio di
quel giovane.

INES
Vi perdi il tempo. Ignori tu, che il mio cuore sia
di già prevenuto?

AMELIA
Pensate forse ancora a quell'incognito, che seppe
ammaliarvi là nelle montagne dell'Andalusia,
ove, affidata alla mia custodia, vi fece il padre
educare? Maledetta l'imprudenza da me commessa
nel permettervi di passeggiar sola fra le ridenti
colline, che cingevano il vostro ritiro! Guai a
voi, ed a me, se il padre penetrasse il fatale se
greto!

INES
E quando l'avrà penetrato, saprà egli essere il mio
tiranno?

AMELIA
Orsù signorina, giudizio una volta. Non mi fate
tanto la bizzarra, se non volete perdere voi stessa.
Riflettete che degno di voi non può essere
giammai un giovane sconosciuto.

INES
Come sconosciuto, se io lo conosco benissimo?

AMELIA
E chi è egli?

INES
É Fernando.

AMELIA
E poi?

INES
E null'altro. Non basta?

AMELIA
Non basta: conviene esaminare i suoi natali, il suo
stato...

INES
Queste condizioni non sono impresse nel codice
di amore.

AMELIA
Oh! oh! come vi siete sviluppata in un momento!

INES
Amelia! Non renderti tanto importuna.
(via)

AMELIA
Oh, povera me! Costei farà trovarmi in qualche
tristo cimento. Non vi è che dire! Amore è un gran
brutto diavolo, ed ha fatto girare anche a me tante
volte il cervello.
(segue Ines)

Scena seconda
Dalla porta in fondo Argilla, indi Ghita, Manuelitta
ed altri zingari.

ARGILLA
Donzelle! A penetrar
l'arcan del vostro cor;
zerbini! A disvelar
se fido è il vostro amor;
quel fervido desir,
che sospirar vi fa,
oh, vedove! A scovrir
con tutta libertà;
la zingara famosa,
Argilla la indovina:
la donna portentosa
per voi venuta è qua.
Discende in tutt'i cori
lo sguardo mio sicuro;
e il velo del futuro,
ombre per me non ha.
Mariti!... avvicinatevi,
è il labbro mio discreto;
sol vi dirò in segreto
la vostra infedeltà.
Mogli! Non dubitate,
io ben conosco il mondo;
saprò di obblio profondo
covrir la verità.
Su presto miei signori,
se il ver saper volete,
che piovano monete,
ma di oro, e in quantità.
Argilla, apprestati in questo giorno a fare vieppiù
brillare il tuo fervido ingegno, e se l'altrui credulità
ti ha finora accordato il titolo di famosa indovina,
oggi dalle tue ardite intraprese sia illusa in modo
da rispettarti, come l'oracolo del secolo.
Largo campo a te ne somministra l'arrivo
del duca di Alziras, e la protezione del padron
del castello, che ti permette di assistere alla festa.
Venite, o compagne: potete introdurvi liberamente.
Più a noi non è vietato l'accesso in tutto questo
recinto. Che cosa è? Vi veggo di trista cera?
Venite forse colle mani vuote?

GHITA
Vuotissime: spira un vento contrario, che disperde
tutti gli sforzi delle nostre furberie.

ARGILLA
Nessun merlotto?

MANUELITTA
Né merlotto, né galline.

GHITA
I merlotti sono pochissimi, e non hanno più penne
per noi. Hanno saputo prevenirci gli artigli delle
donne di città, che sono più rapaci de' nostri.

MANUELITTA
Basta comparire in piazza, e tutti si guardano di
noi. Le mamme prendono rapidamente in braccio
i bambini, si chiudono i forzieri, si caccian
via gli animali, insomma pare, che da per tutto
noi rechiamo il contagio.

GHITA
Abbiamo girato l'intero villaggio, senza guadagnare
almeno quanto basti ad estinguere il nostro appetito.

ARGILLA
Possibile! Con quei musetti, e colle astuzie tanto
a voi connaturali?

GHITA
Eppure è così: si crede poco alle zingare, e si
sanno a memoria le nostre filastrocche.

MANUELITTA
Appena si lucra una rara e bassa moneta da qualche
avido giovanetto che coglie questo pretesto per
stringermi la mano.

ARGILLA
Ma se voi volete essere zingare da dozzina! Imitate
il mio genio, e gli slanci del mio spirito
intraprendente, e sarete allora più fortunate.
Rammentatevi, che la fisonomia è il vero interprete
del core umano. Ci basti un solo sguardo per
penetrare l'altrui desiderio ed inclinazione, per
profittare di que' prestigi che l'arte somministra, e
per dare il colore di verità alla felicità dell'azzardo.
E’ questa rapida conoscenza, che ha finora
reso celebre il mio nome.

GHITA
Il cielo non è a tutti prodigo de' doni suoi.

MANUELITTA
Con tutta la tua celebrità ti assicuro, che io farei
piuttosto la dama che la zingara.

ARGILLA
Orsù spargetevi nel castello, ove sono tutti i
domestici in moto per l'imminente arrivo del duca
di Alziras, tanto amico dei castellano. Sappiate
insinuarvi, leggere nel loro core, far mostra dei
vostro talento, e rendervi così degne seguaci di
Argilla.

GHITA
Vieni sorella: facciamo girar la testa al primo, che
ci cade fra le unghie.

MANUELITTA
Misero lui! Tu colle parole, io colle occhiate...
basta: sarà schierato l'intero esercito delle nostre
astuzie, per render così contenta la nostra brava
maestra.
(si disperdono nel castello)

ARGILLA
Che sciocche! Si dolgono dei destino, e non già
della loro pigrizia. Ma viene Papaccione. Costui
è il capo de' domestici di Zappador.
La sua amicizia potrebbe giovarmi non poco.
Ho di lui saputo quanto basta per meritarmi la sua fiducia.
Si attenda all'agguato, e sia sorpresa la sua credulità
col brillante spaccio de' miei già meditati
indovini.

Scena terza
Papaccione dagli appartamenti ed Argilla in ascolto.

PAPACCIONE
"Quid est homo sine foemina?"
no scolaro maliziuso
a lo masto addimmaunò.
E raspannose il caruso
così il masto si spiegò.
"Est carofanum sfronnato,
maccabeum sine connimmo,
vuzzariellum senza rimmo,
quod non sapit cammenà."
Lo sacc'io, che da quacc'anno
faccio passo a la donnetta,
non c'è cosa, che m'alletta,
sempe friddo pe me fa.

ARGILLA
(Oh briccone! Un poco aspetta,
che a scaldarti io sono qua.)
(presentandosi)
Mio grazioso grassottello!
Porgi un poco a me la mano,
volgi l'occhio ladroncello,
ch'io ti voglio indovinar.

PAPACCIONE
(Oh, che carne for'assisa!
Che boccon del sommo Giove!
Nuce vecchie, e nuce nove
me potria mo affè scontà.)

ARGILLA
E così dei tuo pianeta
il destin saper non vuoi?

PAPACCIONE
Sto bedenno sta cometa,
che m'ha fatto sorzetà.

ARGILLA
Tu sei stato da ragazzo
sempre intento al ceto basso:
di cervel leggiero, e pazzo,
niente studio, ognora a spasso:
una certa Tommasina
ti fè un giorno sospirar.

PAPACCIONE
(Chesta affé ca 'nce annevina!
Col tentillo stà a parlà.)

ARGILLA
Quella tua cambiamonete
seppe ordirti un brutto trucco,
e tu gonzo, e mammalucco
ti facesti corbellar.

PAPACCIONE
Lassa stà le cose antiche,
si, sì, zingara addavero,
quel ch'io tengo nel penziero,
mo m'avrisse da spiegà.

ARGILLA
lo l'ho bello e indovinato:
sei di me già innamorato,
e vorresti sul momento
la mia mano palpizzar.

PAPACCIONE
Figlia mia, si' 'no portento!
Viene a tata, fatte ccà.

ARGILLA
(Nella rete è già il babbeo,
tutto arride al mio disegno,
superar saprò l'impegno,
son gran donna in verità!)

PAPACCIONE
(No sta zingara, pe' bacco,
non bà appriesso alle galfine,
ma dell'uomene a dozzine
e sterminio sape fà.)

ARGILLA
Dico, hai finito o no di stringermi la mano?

PAPACCIONE
Eh, che pressa che tiene? nuje stammo ancora
all'introduzione, e tu già vuò arrivà a lo finale?
Non ce' pensà, ca te torno lo capitale tujo tale e
Quale me l'haje affittato: che male c'è, che me ne
foje godè l'usufrutto almeno almeno pe na decina
de secole?

ARGILLA
La sai tutta davvero la furberia!

PAPACCIONE
Io la saccio tutta, e tu ne saje doje mmità,
moltiplicate pe quattomilia.
Tiene 'na calamita dintoa chist'uocchio
friccecariello e petriazzante, che già lo povero
core mio, che da quacche anno se faceva lo
fatto sujo, s'è tutto nzieme scetato, e
sbolacchianno qual pellegrino augello,
vorria posárese ncoppa a 'no ramosciello de
chist'albero fronnuto, senza pregiudizio degli
altri volatili concorrenti.

ARGILLA
Vogliamo dunque fare insieme all'amore?

PAPACCIONE
Volimmo fa l'ammore? Io già sto penzanno a la
notriccia del primo, e seconno rampollo!

ARGILLA
Le zingare sono difficili ad innamorarsi davvero:
le rende volubili la necessità di essere erranti:
eppure io mi sento per te una vera inclinazione
amorosa. Splende un astro sulla tua fronte, che
ti rende padrone di tutte le donne che a te si
appressano.

PAPACCIONE
E che ne vide mo de st'astro mio, che sta eclissato?
Quanno correvano chelle cose rosse e tonne,
che se chiammano doppie, l'astro mio veramente
luceva, comm'a 'no sole, e sa' comme correvano
le femmene a riceverne i benigni influssi?
E a forza d'influssi, e di continui flussi, e riflussi,
so restato senza lustro, e senza felusse.

ARGILLA
Ho bene io dunque indovinato, che le donne ti
hanno condotto al precipizio?

PAPACCIONE
Non c'è besuogno d'essere zingara pe' sapè che
sto; è cosa notoria lippolis et tonsoribus.

ARGILLA
Ma adesso sei qui bene impiegato?

PAPACCIONE
Vuò pazzià!! Poco ce vò, e metto carrozza: io ccà
aggio fatto ascenzi rapidissimi. Da mercante dè
baccalà, ch'era a Napole, per non dare molestia
ai miei puntualissimi debitori, penzaje de mutà
aria. Me vennette certi residui saluminosi, e per
le acque salate facette uno coppetiello a Spagna,
dove obbligato dalle mie ricchezze a tirare stoccate
pe campà, m'arremediaje scorte de sto don Ciuccio.

ARGILLA
Di don Ranuccio.

PAPACCIONE
No, de don Ciuccio, anzi ciuccissimo: ca 'mme
ce de l'arme suo maggiordomo, me tene ccà alla
custodia de ste fiaveche vecchie, addò sta stipato
no povero vecchio, e consegnato a me vita pè
bita.

ARGILLA
E chi è costui?

PAPACCIONE
E chi lo po' appurà? 'Nce sarria pena de lo cuorio,
si ce l'addimmannasse: lo poverommo me fa
tanta compassione, quanno se magna chillo piezzo
de pane niro e pesante quanto a na savorra, e se
veve chell'acqua, addò li vierme se spassano a
ballà 'no valzon.

ARGILLA
(Che sia qualche vittima di don Ranuccio? Argilla,
non ti sfugga questo rincontro per conoscere
un tale intrigo.) Tornando dunque al nostro
proposito, dimmi la verità, tu vuoi essere mio con
sorte?

PAPACCIONE
Vuò se dice a li malate: ora vì! M'è benuta la
mbriana a tozzolià la porta, e non buò che la
faccio trasi dint'a la cammera de lo lietto?

ARGILLA
Quando è così, ascoltami a tanto io vengo a
renderti doppiamente felice, sappi che le stelle non
sanno celarmi i loro arcani, e mi hanno da qual
che tempo svelato, che in questo castello si
nasconde un immenso tesoro, del quale è a te
riserbato l'acquisto.

PAPACCIONE
'No tesoro! O grande eroina di tutto il ceto
zingaresco! 'No tesoro! Tu dice addavero?
E addòstà?

ARGILLA
Questo mi resta ancora a scovrire. Lascia che io
faccia le mie scoverte, e consulti nuovamente le
stelle.

PAPACCIONE
Oh, mmalora! Me faje venì a mente no suonno,
che aggio fatto stanotte!

ARGILLA
Raccontalo pure: gli alti destini si palesano tal
volta ne' sogni.

PAPACCIONE
Siente, m'aggio sonnato, ca io teneva
‘n’appuntamento, pe' ghì a parlà a lo patre de
na certa commara mia, che a Napole me soleva
stirà la biancaria. So ghiuto, e aggio trovata la
porta de lo vascio spaparanzata.

ARGILLA
Di un basso?

PAPACCIONE
Sì... pecché io so curto de gamme, e me rincresce
de saglì gradiate. Ma comme io aveva da farle
no discurso a luongo, me so nfeccato... e, oh,
metamorforsion! Che aggio visto! Lo vascio se
n'era fojuto, e 'mmece c'era no cammarone che
non feneva maje; e llà dinto chello, che non bolive
non ce trovave... frutte de dispenza, bottigliaria,
robbe de zuccaro jettate pe' terra... 'nzomma pareva la
casa de la grassa e de l'abbonnanza. Me so botato
attuorno, e n'aggio visto nisciuno, che guardava tanta
robba. Te dico la verità... l'abbesuégne 'ce steva: la
vista de tanta belle cose cellecava il mio desiderio...
aggio pensato de farme na provistella pe' 'na
quarantina d'anne. Afferro 'na scala, che steva llà e
saglio comme a 'no gatto, pe' me menà apprimmo
'ncopp'a li frutte de dispensa. Ah! nò l'avesse maje
fatto! Da dè 'mmalora so asciute tanta voce annascoste!
... Lassa! Mariuolo! Ferma! Assassino! Non te
móvere! Paffete! Tutto 'nziemo so stato menato da
copp'a la scala, e aggio fatto uno chiummo 'nterra... e
llà pò addo ne vuò, caso cepolle! Mazzate, chianette,
cauce, schiaffune... e lo corrivo mio era, ca io
abboscava, e non bedeva le mmane, e li piede, che me
vattevano; quanno tutto 'nziemo è comparsa ne bella
foretana tutta chiena d'oro e lazziette, m'ha sosuto da
terra, m'ha fatto piglià tutto chillo, che boleva io, e me
ne so tornato a la casa carreco, e co na sporta chiena de
robba la chiù squisita.

ARGILLA
Il sogno parla da se stesso: quel gran locale è il
deposito del tesoro: tanti diversi oggetti, che si sono
presentati al tuo sguardo, sono appunto le ricchezze, e
le gioie, che vi si conservano. Gl'invisibili custodi te
ne hanno contrastato il possesso, finché una donna,
che sono io, non sia giunta a fartene degno.

PAPACCIONE
E le mazzate, che aggio avute?

ARGILLA
Sono geroglifici, ornamenti della visione.

PAPACCIONE
Tu qua' geroglifice? Io pare che ancora me le sento...

ARGILLA
Non badare a queste freddure, e pensa alla tua sorte...
che però dovrai dividere con me.

PAPACCIONE
Già... comme a marito e mogliera, che avimmo da essere.

Scena quarta
Antonio e detti.

ANTONIO
Papaccione, chiede di te don Rannuccio.

PAPACCIONE
(Fuss'acciso tu e isso!)

ANTONIO
E non vieni?

PAPACCIONE
Abbiateve, ca mo me faccio acconcià 'na tiella
spertusata a sta zingara, e bengo a servì soccellenza.

ANTONIO
Egli ti vuole nel momento, presto!

PAPACCIONE
Mo! Manco la morta de súbeto è accossì esecutiva!
(Non te partì, ca mo me spiccio, e bolimmo quaglià.)

ARGILLA
(Ti attenderò, va pure.)

ANTONIO
Animo! Sollecita i tuoi passi...

PAPACCIONE
Ma don Antò! Eccome cca... jammoncenne. (Ora vì!
Sta' morta co le castagnelle comm'è benuto ‘ntiempo pè
guastarme li fatti miei?)

(esce con Antonio)

ARGILLA
Saprò col pretesto di rintracciare il tesoro, discendere
con Papaccione in quel sotterraneo, e scovrire chi sia
quell'infelice, ch'è là sepolto...
(Si vede smuovere una pietra dall'alto della porta
murata.)
Ma chi muove la pietra di quel muro?
Si vede un braccio che lascia cadere un foglio.
Un braccio! Quella carta! Sarebbe mai? Si legga "Se il
cielo permetterà, che questo scritto sia raccolto da un
amico della giustizia, lo supplico a muoversi a
compassione di un vecchio disgraziato"
(corre al muro, e dice:)
Chiunque voi siate, assicuratevi, che il vostro foglio è
nelle mani di Argilla; che essa sarà felice se potrà
esservi utile. Mi è sembrato di ascoltare una voce
lamentevole! ... Si vada in luogo più remoto a
terminare la lettura di questo foglio, e si tenti ogni
mezzo per giovare alla umanità oppressa.
(via)

Scena quinta
Luogo sotterraneo, ove è in prigione Sebastiano
Alvarez. Sebastiano animato dalle parole di
Argilla, che poc'anzi ha sentito nel gittare il foglio,
vien fuori piuttosto lieto, e dice:

SEBASTIANO
Breve istante di pace! A che lusinghi lo straziato
mio cor? V'ha sulla terra chi geme ancora al
pianto mio? Chi sente ancor pietà di me? Donna
celeste! Sei tu che favellasti? Ah sì... prosiegui,
se già la pena mia rendi men grave, a scendermi
nel cor voce soave!
Se un lampo passaggier diè
calma al mio martir, da me
più non fuggir dolce
speranza!
Ma che spero! Qual vana
illusion mi alletta i sensi? E’ morte,
che sol mi attende... è morte,
che squallida, implacabile, e feroce
minaccia i giorni miei... figlia... nipote
agi... grandezze... ah, tutto
il destin mi rapì! Solo mi resta
di un crudele avvenir la idea funesta!
Perché non basto a frangervi o
barbare catene? Perché la mia
canizie, sa tollerarvi ancor?
Tiranno inesorabile!
Tu godi alle mie pene?
Ma trema! A prò de' miseri
v'è un Dio vendicator.
Ohimé! già oppressa è l'anima,
già langue il mio vigor! ...
Tu, cielo, a queste lagrime,
figlie del mio dolore,
disarma il tuo rigore,
abbi pietà di me!
Ottenga il tuo favore chi
sol confida in te!
Ah sì, un raggio celeste mi scintilla nel seno,
scende a ravvivar quella speme, ch'è sempre
l'ultima ad abbandonar gl'infelici. Sebastiano!
Coraggio! Fida nel cielo, china la fronte a suoi
decreti, ed attendi tranquillo il tuo destino.

Scena sesta
Papaccione, Argilla e detto.

PAPACCIONE
Tu addò te 'mpizze? Dì la verità, 'mmece de tesoro
avisse golio de farine passà no guajo? don
Zappatore appura ca ccà bascio è trasuta na
zingara, dimano sta capo mia porposa se la cucina
ammollicata a lo furno.
ARGILLA
Imbecille! Sei al fianco di Argilla, e puoi farti vincere
dal timore? Non sai, che la fortuna è amica degli
audaci?

PAPACCIONE
Oh, si è pè chesso sta signora m'ha da essere afforza
matrea, preché io so stato sempe 'na marmotta.

ARGILLA
Ma tu vuoi, o no diventare un signore? L'astro di
Venere mi dà certi indizi da farmi credere, che in una di
queste volte sotterranee siano celate le ricchezze a te
destinate, ed io, premurosa della tua sorte, ho voluto
seguirti, per assicurarmene da me stessa.

PAPACCIONE
Vi' ca sta Vennera è stata sempe 'na chelleta perniciosa,
non borria che arrivasse lo padrone mio ch'è cchiù
'nfernuso de Saturno, e 'nee facesse restà a tutte duje
comm'a mellune appise dint'a la rezza?

ARGILLA
Lascia ch'io faccia le mie diligenze, e non seccarmi di
vantaggio.

PAPACCIONE
Aggio paura ca sta diligenzia non me fa fa 'na carrera
sforzata pe l'auto munno.

ARGILLA
(Eccolo!) Ma chi è colui?

PAPACCIONE
Lo prigioniero! Che t'aggio ditto.

ARGILLA
Dorme?

PAPACCIONE
O dorme, o lo poverommo starà penzanno a li guaje
suoie.

ARGILLA
Che miro! Oh, qual portento! Vedi tu quella striscia
di luce, che folgoreggia sulla rugosa sua fronte?

PAPACCIONE
Qua striscia? Chelle so felinie, che scenneno dalla
soffitta. Argi, tu piglie ogni zaro de no cantaro l'uno!

ARGILLA
Hai ragione, miserabile! A te non è permesso
l'arcano de' Celesti.

PAPACCIONE
Tu ll'aje co l'arcaseno celeste, e io tremmo de lo
mostro turchino, che non se sazia la seta co lo
sango mio scarlato.

ARGILLA
Lo splendore a me solo visibile m'indica senza
dubbio, che quel vecchio dovrà essere il primo
istrumento della tua fortuna.

PAPACCIONE
Chillo llà? Bello strumento scordato! Si lo cielo
l'è compare non campa duje aute juorne.

ARGILLA
Io non posso dirti altro. Attendimi qui, e lascia
che da vicino lo esamini.

PAPACCIONE
Addò vaje? Vi' ca chillo non magna carne da no
secolo, e co no muorzo te potria scippà moza
varva.

ARGILLA
Fermati qui, ti replico, e lascia fare a me.
(si avvicina a Sebastiano)

PAPACCIONE
Chesta sarà asciuta da li rine de Proserpina!

ARGILLA
(Don Sebastiano Alvarez?)

SEBASTIANO
(Ah! chi mi chiama? E com'è a te noto il nome
di uno sventurato?)

ARGILLA
(Prudenza... non mostrate sorpresa ... io son
colei che ha raccolto il vostro foglio ... eccolo...
(gli mostra il foglio di soppiatto)

SEBASTIANO
(Ah sì! Ti riconosco alla voce!)

ARGILLA
(Ho profittato della sciocchezza di Papaccione per
avvicinarmi con un pretesto a voi, e per assicurarvi,
che io sola basterò a trarvi da questa prigione.)

SEBASTIANO
(Oh, donna incomparabile! Ah! non son dunque
tanto infelice, se il cielo mi concede in voi il dono
di una generosa protettrice!)

PAPACCIONE
Ne! gué! oh! 'mmalora 'nzordiscela!

ARGILLA
Ti ho detto di non frastornarmi, io sto parlando
con Venere, e Mercurio.

PAPACCIONE
E mo avimmo sbagliato la facenna.

ARGILLA
Perché?

PAPACCIONE
Ca quanno sii duje cape de roba stanno aunite,
no ce po' essere mai bene per l'umanità bisognosa.

ARGILLA
Ma lasciami finire, mi fai perdere tempo con le
tue intempestive barzellette.

PAPACCIONE
E bide de te spiccià, ca a me li vierme già me
stanno concertanno 'ncuorpo 'no ballo serio,
grottesco, anacreontico.

ARGILLA
(Coraggio, don Sebastiano! Io scenderò questa
notte a sciogliere le vostre catene.)

SEBASTIANO
(Con quai mezzi potrai deludere l'altrui
vigilanza?)

ARGILLA
(Non posso dirveli per ora. Fidate in me, e sappiate
che una tenera figlia non sarebbe tanto premurosa
della libertà del padre, quanto sarò io sollecita a
proccurarvi uno scampo.)

SEBASTIANO
(Ah! non posso resistere a quegl'impulsi, che in
me si destano a tuoi soavi accenti! Sì... qual
padre ti stringo al seno, e da te sola spero la
libertà, che una crudele violenza mi ha rapita!)

PAPACCIONE
Gnò! Vi' comme fanno bello! Buono signò!
La zingara s'è posta d'accordo cò Mercurio.

ARGILLA
(Addio, restate lieto, ch'io vado a tutto
intraprendere per voi.)

SEBASTIANO
(Basta questa sola promessa a far cessare i miei
lunghi tormenti.)

ARGILLA
Andiamo Papaccione.

PAPACCIONE
Te se' spicciata? Aje appurato niente?

ARGILLA
Tutto... andiamo ti dico.

PAPACCIONE
E lo tesoro sta cca dinto?

ARGILLA
Ci sta, e non ci sta... vieni meco, e saprai tutto...

PAPACCIONE
E pecché chella focosa astregnetora? Dimme la
verità te tirassero simpatia porzì l'ottagenarie?

ARGILLA
Oh, quante domande inutili! Vieni sopra ti replico:
il tuo affare va felicemente al suo termine,
e tu sarai contento.

PAPACCIONE
E ghiammo bella mia, tu aje da essere l'anguilla
de 'sto pantano.
(via con Argilla)

SEBASTIANO
E fia vero? Saranno infranti i miei ceppi? Oh,
mia liberatrice! Il cielo, che veglia alla salvezza
degli oppressi, seconderà il tuo ingegnoso disegno.
(entra)

Amena campagna; veduta dell'esterno del castello
di Zappador.

Scena settima
Dalla campagna Fernando e Sguiglio in abiti succinti,
poi Argilla.

FERNANDO
A te nell'appressarmi
soggiorno del mio ben
già tutto divamparmi
io sento il core in sen!
Se vagheggiar mi è dato
le amate sue pupille,
appieno avventurato,
sarò felice appien.

SGUIGLIO
Signò, non v'azzardate,
signò, non ve nfeccate;
eppure trica, trica,
e ne' abbuscammo affè!

ARGILLA
Coraggio don Fernando!
(presentandosi)
Amor vi guida in porto...
vada la tema in bando,
è il ciel per voi seren.

FERNANDO
Che ascolto! E voi chi siete?

SGUIGLIO
(Simmo scopierte a ramma!)

FERNANDO
Il nome mio sapete?

SGUIGLIO
(Auzammo 'mo la gamma,
si no' so guaie, messè!)

ARGILLA
Son la consolatrice
de' cori innamorati:
son l'araba fenice
ne' casi disperati:
risorge a nuova vita
ogni amator per me.

SGUIGLIO
Ripara quanno è chesso
pe mme no caso brutto:
nel mio verzillo asciutto
la 'mbrumma fa cadè.

FERNANDO
Deli, taci!

ARGILLA
A un vile Sguiglio
tempo a pensar non è.

SGUIGLIO
Porzì sa il nome mio?

FERNANDO
Oh ciel! Che mai degg'io,
donna, pensar di te?

ARGILLA
Un essere pietoso,
un genio in me tu miri,
che a crudi tuoi martiri
quì venne a dar mercé.

FERNANDO
(Costei mi sorprende! confuso mi rende!...
fidarmi non deggio se dubito è peggio...
nel fiero conflitto di speme e timore
il povero core la calma perdè!)

SGUIGLIO
(Ca chesta è ghianara la cosa è già chiara …
ma tene 'na vocca che l'arma te 'ncrocca …
chill'uocchio 'mmalora! li core affattora …
ca Sguiglio è sguigliato, cchiù dubbio non nc'è!)

ARGILLA
(L'amìco è smarrito, il servo è stordito.
Sta l'un sospettoso, è l'altro dubbioso...
grazioso è l'istante, mi alletta, mi piace,
il povero amante è fuori di sé!)
(Essi non sanno, che ho sentito il loro discorso,
che all'alba facevano seduti nel vicin prato.)

FERNANDO
Dilegua i miei dubbi, o donna, e dimmi...

ARGILLA
Cesserà à l